Articolo di: Gabriele Vinciguerra
C’è un istante, entrando al LENA, in cui la luce cambia. Non perché il neon faccia capricci, ma perché la percezione si sposta. Il mondo fuori scorre come sempre. Qui dentro invece tutto sembra più lento, più denso, più vero. È il paradosso della scienza che sa ancora emozionare. Sessant’anni di storia possono diventare un peso o una promessa. A Pavia sono diventati una vibrazione, un racconto che continua a pulsare sotto la pelle dell’università e di chi ogni giorno attraversa quei corridoi con la consapevolezza che il futuro passa anche attraverso un reattore.
Il TRIGA Mark II ha raggiunto la sua prima criticità nel 1965. Da allora non ha mai smesso di essere un cuore acceso al servizio della conoscenza. Non produce energia elettrica, non alimenta centrali, non rincorre l’immaginario collettivo del nucleare che fa paura. È un reattore di ricerca. E questa parola, ricerca, è la chiave di tutto. Significa mani che si sporcano di studio, studenti che scoprono il mondo atomico per la prima volta, ricercatori che misurano la materia con la precisione di un artigiano, generazioni intere che passano di qui e ne escono trasformate.
Nel sessantesimo anniversario, l’atmosfera è quella delle grandi ricorrenze che non stancano. Non c’è celebrazione autoreferenziale. C’è il riconoscimento di ciò che è stato costruito con disciplina e coraggio. Gli interventi istituzionali, le presentazioni, le visite guidate al reattore. Ogni momento ha restituito una verità semplice. Questo luogo continua a formare competenze che in Italia non possiamo permetterci di perdere. E continua a farlo con quella serietà silenziosa che appartiene solo alle realtà che non hanno bisogno di proclami per dimostrare il proprio valore.
La luce blu della radiazione di Čerenkov, osservata durante le dimostrazioni, non è solo un effetto fisico. È un simbolo. Una traccia visibile dell’invisibile. Un richiamo all’essenza della scienza che illumina ciò che altrimenti resterebbe nascosto. È la stessa luce che ha ispirato l’opera creata per il sessantesimo, un modo per ricordare che la conoscenza non serve solo a capire, ma anche a stupire, ad aprire domande, ad aggiungere umanità a ciò che troppo spesso riduciamo a numeri.
Sessant’anni non sono un traguardo qualsiasi. Sono una responsabilità. Significano passaggi generazionali, revisioni, manutenzioni, adattamenti, scelte difficili. Significano la possibilità concreta che il TRIGA possa funzionare ancora per decenni, continuando a essere una fucina di formazione tecnica e culturale. Ma significano anche una domanda che tutti dovremmo farci. In un Paese che discute di energia senza mai costruire un vero immaginario scientifico condiviso, siamo davvero consapevoli del valore di un luogo come il LENA. Sappiamo riconoscere il patrimonio che custodisce. Sappiamo immaginare cosa potrebbe diventare con investimenti, visione e coraggio.
Forse questo anniversario serve proprio a questo. A ricordarci che la scienza non vive nei talk show. Vive nelle stanze dove si studia in silenzio, nei corridoi che resistono al tempo, nelle strutture che formano competenze concrete. Vive nelle persone. Nelle loro mani, nei loro occhi, nella loro disciplina quotidiana.
Il LENA non è un luogo da cartolina. È una casa di conoscenza. Una casa che ha attraversato epoche, governi, paure, entusiasmi e che oggi continua a custodire un simbolo raro. La possibilità di vedere il mondo da dentro, di capire la materia nel suo nucleo, di formare chi domani dovrà prendere decisioni lucide e responsabili.
Raccontare questo sessantesimo significa restituire alla scienza ciò che spesso le togliamo. L’emozione. La presenza. La capacità di trasformarci. Significa guardare quella luce blu e riconoscere che non è solo un fenomeno fisico. È un invito. A restare vigili. A scegliere la conoscenza. A non lasciare che la paura definisca il nostro futuro.
Sessant’anni. E ancora una storia che continua a crescere, come tutte le cose che hanno radici profonde e uno sguardo rivolto lontano. Una storia che appartiene a chi ogni giorno crede che il sapere sia un atto di responsabilità e di coraggio. E che non smette di cercare. Sempre.
In questo anniversario così significativo, un pensiero va anche al Maestro Stefano Bressani. La sua opera nasce da un incontro con la luce del reattore, quella radiazione di Čerenkov che attraversa il tempo e continua a sorprendere chi sa guardarla davvero. Bressani ha trasformato quel bagliore in immagine, memoria e visione. Ha colto ciò che spesso sfugge nella quotidianità del lavoro scientifico e l’ha restituito in una forma che unisce rigore e sensibilità.
La sua interpretazione ci ricorda che anche nei luoghi più tecnici vive una dimensione capace di emozionare. L’arte, quando incrocia la ricerca, non sovrasta e non semplifica. Apre. Amplifica. Rende visibile ciò che di solito resta silenzioso. Il LENA lo ringrazia per questa lettura profonda, per aver saputo ascoltare la voce nascosta della scienza e tradurla in un gesto che accompagnerà chi, domani, continuerà a camminare in questi spazi con curiosità e rispetto.
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